La stanza dei sogni

La stanza dei sogni – Racconto di Vanna Gasparini

Non era mai successo davanti a Luca.

 

Era da tanto che non andavamo in vacanza, più per noia che per problemi economici, ma avevo ingoiato così tante delusioni che dovevo assolutamente riscattarmi con un’estate diversa.

Avevo fatto una sorpresa a mio marito e a mio figlio, prenotando una stanza da sogno a Viterbo, una città tanto bella quanto sconosciuta al turismo, che probabilmente paga la vicinanza con la Città Eterna preferita dai più. Invece la splendida città dei Papi, mi attraeva proprio per questo, mi sembrava di andare alla scoperta di un luogo solo nostro, senza doverlo condividere con uno stuolo di turisti in bermuda e canottiera. Da lì avremmo potuto raggiungere il mare e poi tornare la sera per passeggiare dentro le mura antiche, tra vicoli e palazzi medievali.

La città ci aveva accolto con modestia, nonostante la storia che racchiudeva senza vantarsi, con le luci ambrate dei lampioni che si riflettevano su antichi acciottolati, balconcini fioriti, portali di pietra scolpita, chiese antiche e piazze ricche e signorili.

Il tramonto aveva accompagnato il nostro camminare sbalordito, colorando di arancione le torri merlate.

Eravamo finalmente in pace con noi stessi, come se tutta la violenza che si celava, si fosse dimenticata di noi, almeno per quella sera.

L’avevamo trovato subito il nostro B&B in pieno centro, sulla cima di una scalinata e proprio accanto alla piazza centrale.

L’atmosfera che si respirava appena varcata la soglia, superava di gran lunga le fotografie che mi avevano convinto a prenotare la stanza. Dal portoncino d’ingresso saliva una scala stretta che conduceva ad una sala da the per la colazione del mattino. Alle pareti quadri moderni di gran gusto, tovaglie ricamate e piccoli contenitori di vetro e porcellana racchiudevano tisane speciali, dolcetti fatti in casa, marmellate e miele. Un piccolo soppalco portava ad una saletta di lettura. Orchidee e piante fiorite davano un tocco femminile e discreto. Il nostro appartamento aveva due camere e due bagni arredati con mobili di modernariato, letti a baldacchino, specchiere dorate. Un incanto! Mio figlio era felice, io mi sentivo felice.

Quella notte Giorgio mi lasciò in pace, così potei riposare e godermi un lusso che sapevo sarebbe durato troppo poco.

Il giorno successivo decidemmo di portare Luca al mare.

La strada era quasi deserta, il caldo ci faceva sudare.

Riuscimmo a trovare un parcheggio comodo sul lungomare di Tarquinia Lido, tutto sembrava scorrere liscio.

Iniziò come una discussione banale, io avrei voluto noleggiare una bicicletta per spostarci più agevolmente, lui non ne voleva sapere.

Alzai la voce quasi senza accorgermene:

  • Va bene, hai ragione tu, hai ragione tu!

Forse il tono leggermente alterato lo fece arrabbiare, ancora non so.

All’improvviso partì uno schiaffo, così senza apparente motivo.

A dir la verità, ogni occasione era buona per zittirmi con una sberla, un pugno sulle gambe o una minaccia per quello che sarebbe successo la notte, quando mi avrebbe presa senza un bacio, spingendomelo dentro con violenza e facendomi urlare dal dolore. Forse gli piaceva questo sentirsi forte ed onnipotente.

Ma mai davanti a nostro figlio.

Quel giorno lui camminava dietro di noi, era felice di essere al mare, canticchiava ed aspettava con ansia di poter fare il bagno. Poi vide quello che il padre aveva fatto alla mia faccia, un largo segno rosso ben assestato delle cinque dita. Si ammutolì e senza nemmeno piangere, continuò a camminare a testa china.

Camminammo tutti e tre in silenzio per un tempo che mi sembrò lunghissimo, un gelido silenzio nella calura estiva di un agosto di un anno fa.

Le storie di violenza domestica sono tutte uguali pur nella loro drammatica unicità, così avevo letto in un trattato che Marisa, un’amica d’infanzia, mi aveva lasciato nel soggiorno di casa. Lei si era accorta che qualcosa non funzionava nel mio matrimonio, troppo spesso avevo addotto scuse per non uscire con lei, aveva visto dei segni scuri sotto gli occhi che invano tentavo di mascherare con larghi occhiali da diva. Non ero un’attrice così brava, ma mi vergognavo. La reticenza nel raccontare un fallimento così devastante della mia vita e del matrimonio. A volte mi sembrava di vivere in un sogno, o meglio in un incubo. Cercavo di essere una brava moglie, di accondiscendere ad ogni desiderio di Giorgio, fingendo una serenità che da anni mi aveva abbandonata. Quando l’avevo sposato, eravamo innamorati e mi sembrava di essere felice. Poi era nato Luca e tutto si era trasformato. Sono certa che amasse quel figlio all’inizio poco desiderato, tuttavia avvertivo un sentimento strano per un padre, quasi rancore, come se la presenza di quell’esserino mi allontanasse da lui. Era geloso.

Ogni volta che lo attaccavo al seno, mi guardava di soppiatto poi spariva dalla stanza e si rifugiava nel suo studio. Quando Luca piangeva la notte, tratteneva a stento parole volgari e mi strillava di farlo smettere, come se fosse possibile spegnere il pianto di un neonato. Man mano che Luca cresceva, mio marito si trasformava in una belva silenziosa. Le prime parole di nostro figlio sono state accompagnate dai miei pianti in bagno, lacrime di frustrazione, di dolore, di rabbia. Da dove era uscita tutta quella violenza in un uomo che apparentemente sembrava fragile e taciturno?  Nostro figlio gattonava tra i giocattoli sparsi per terra e Giorgio, allucinato e fremente mi picchiava perché avevo dimenticato i pannolini sporchi nel bagno.

Luca iniziava l’asilo nido e mio marito mi strattonava per strada perché avevo lasciato la luce accesa.

Accompagnavo Luca alla festa di fine anno della scuola materna e Giorgio mi mollava un calcio perché il bambino si era sporcato con la terra del cortile. Tutto questo in assoluto silenzio, arrivava così all’improvviso SBEM e prima ancora di avvertire il dolore, sentivo il rumore del mio orgoglio mortificato.

Avevo cercato di parlargli ma quando non era impegnato ad usarmi violenza, sembrava il marito perfetto, tenero, premuroso, amorevole. Ero addirittura invidiata dalla altre mamme che vedevano in Giorgio il marito che tutte avrebbero desiderato.

E’ incredibile quanto poco si conoscano le persone e i loro drammi più intimi! In questo modo io ero totalmente isolata, nessuno mi avrebbe creduto … Tranne Marisa che un giorno mi chiese con delicatezza se fossi felice.

Non riuscii a mentirle così spudoratamente e cominciai a piangere in silenzio. Luca aveva appena iniziato le elementari e io continuavo a subire angherie e botte improvvise. Anzi, gli schiaffi e le percosse stavano aumentando sia per frequenza che per intensità. Tenevo un diario dove annotavo scrupolosamente ogni volta che mio marito impazziva, così per non dimenticare o per non sentirmi troppo sola. Marisa non poteva venire a trovarmi a casa perché mio marito non gradiva la sua presenza, ogni estraneo, uomo o donna che fosse, rappresentava per lui un pericolo. Così ci incontravamo in un bar del centro, qualche minuto di respiro per prenderci un caffè e raccontarci le poche cose che succedevano nella mia vita e i suoi meravigliosi viaggi in giro per il modo. Ah, quanto avrei voluto partire con lei! E con mio figlio naturalmente. Ero ancora una giovane donna e, anche se non curavo troppo il mio aspetto fisico, risultavo piacente. Non avevo il coraggio di farmi abbordare, di conoscere uomini anche solo per amicizia. Se Giorgio l’avesse scoperto …

Ci sono persone che si chiedono come mai noi, vittime di uomini bastardi, non denunciamo, non cerchiamo giustizia.

A dir il vero non lo so neanche io, o meglio non lo sapevo.

Sarà per la paura di non essere credute, di non essere indipendenti economicamente, per timore delle ripercussioni sui nostri figli o forse un insieme di tutte queste emozioni che ci fanno credere che prima o poi capirà, tornerà ad essere quello che era, ci amerà. O perché crediamo che questo sia l’amore che ci meritiamo, assoluto e violento. Col tempo, leggendo libri e parlando con la mia amica, sono arrivata alla conclusione che non si tratta di amore se fa soffrire. Quando un uomo ti schiaffeggia, si trasforma in un essere abbietto, senza dignità e come tale andrebbe trattato. So che sembra una banalità, ma per riuscire a formulare questi pensieri ho impiegato 8 anni e molte, moltissime botte.

Così oggi ho deciso che ne ho abbastanza.

Ho elaborato un piano, una forma di giustizia che sembra terribile ma efficace e che mi lascerà libera e senza rimorso.

Ho chiesto un prestito ai miei genitori dicendo loro che mi serviva una lavatrice nuova.

Tramite Marisa, ho contattato una signora, ho qualche dubbio sulla sua affidabilità, ma credo che mi dovrò fidare. So solo che si tratta di una mammana, quelle che praticavano aborti clandestini quando non ci si poteva rivolgere ad un servizio sanitario.

Non volevo che mio marito morisse, desideravo solo dare un senso alla mia vita e a quella del mio bambino.

Il piano che avevamo architettato era semplice nella sua brutalità. Giorgio si recava spesso a Milano per lavoro e conoscevo in quale albergo pernottava. La difficoltà maggiore era quella di somministrargli un generoso mix di Valium e Papaveretum che gli avrebbe procurato un sonno pesante. Non doveva sentire dolore e tantomeno accorgersi di ciò che gli stava succedendo. Doveva apparire un sonno normale, anche se profondo, come si sarebbe capito dai respiri lenti e corti.

Per non sporcare le lenzuola, avrei comprato una cerata grande, lì sopra sarebbe stato disteso supino, coi calzoni abbassati e le gambe allargate. Mentre la mammana preparava i pochi attrezzi, una molletta Ikea e un taglierino da bricolage, io avrei pregustato il momento in cui sarebbe diventato un inoffensivo eunuco.

Vanna Gasparini

Dalla raccolta ‘ Racconti in camera da letto’